I buoni propositi del nuovo anno interessano anche vini e denominazioni. Se li pone anche a condotta Slow Food dei Campi Flegrei, qui rappresentato da Orlacchi, in collaborazione con Slow Wine con un’analisi seria su ciò che è stato, è e dovrà essere per una zona produttiva così fascinosa.
Il passato è rappresentato dalle viti storiche e la responsabilità dei produttori di custodirle. Il presente rispecchia le numerose difficoltà produttive e specifiche del luogo oltre che generali del settore vino che presagiscono un futuro, purtroppo, complicato.
Dopo il benvenuto, Alessandro Marra vice-curatore di Slow Wine, ha così introdotto un percorso di degustazione che serve a tracciare il percorso compiuto da tale areale. A questo si è affiancato l’intervento doveroso e, al solito, appassionato di Elena Martusciello la quale ha ricordato i passaggi fondamentali di gennaro Martusciello, grazie ai quali si arrivò anche al riconoscimento della DOC Campi Flegrei nel 1994.
Dieci le aziende in degustazione, ciascuna con una referenza diversa, di annate diverse e, attenzione, anche per i bianchi. Falanghina e Piedirosso sono le varietà protagoniste delle due denominazioni della zona vulcanica a nord di Napoli, quasi sempre a piede franco grazie alla composizione sabbiosa vulcanica.
Partendo dai bianchi: risulta sulfurea, fine e persistente la Falanghina dei Campi Flegrei DOC 2021 di IV Miglio; definita nel bouquet fruttato con finale amaricante quella d La Sibilla (”Cruna del lago” 2020), accogliente e sobria quella ci Cantine Astroni che si presenta particolarmente giovane nonostante si tratti di una 2019 (“Vigna Astroni”). Più evoluta quella di Agnanum con cui ci spingiamo alla 2017, così come quella di Cantine Babbo Harmoniae del 2016.
Al di là delle singole interpretazioni o le evoluzioni in bottiglia, i bianchi si allineano tutto su una linearità che richiama il territorio con precisione sapida e propensione ad un invecchiamento più o meno lungo. Più variegata la gamma dei rossi, il Piedirosso Campi Flegrei DOC, più marcato dalla scelta dei contenitori ed. eventualmente, del legno. Nonostante ciò, la bevibilità che non tradisce mai la complessità di beva, resta un tratto che rende questo rosso contemporaneo e potenzialmente molto ambito.
Il quadro è rispecchiato bene da quello di Iovino (“Vigna Solfatara” 2021): giocoso e coerente; sanguigno ma pur sempre scorrevole quello di Contrada Salandra (2019), più evoluto ma ancora succoso quello di Cantine del Mare (“Terre del Padre” 2018); ombroso al naso e, in coerenza, austero al palato il vino evoluto di Martusciello (2017) per poi tornare alla golosità dell’Az. Agricola Mario Portolano (2015).
Una evidente maturità è rappresentata dal territorio nel suo complesso, come dimostrano i vini ed appuntamenti di confronto – tra produttori, stampa e operatori – come questi. La solita consapevolezza in loco, una spinta sull’acceleratore della macchina comunicativa, non sempre semplice riflettendo la complessità di certe produzioni.







