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Un riferimento silenzioso che fa eco. Idee chiare e progetti solidi per una produzione di alta qualità sono alla base della fama di Hartmann Donà. Dopo gli studi a Geisenheim, è l’enologo di Terlan per anni finché non ha le risorse necessarie per rendersi autonomo nel proprio progetto produttivo, per la libertà di andare contro le critiche di chi vede meno lungo.

Un esempio su tutti: l’intenzione di investire nel 1986 in una vigna a 500m a Cornaiano per produrre rosso. Fu lo stesso Ispettorato che consigliò di puntare sui bianchi mentre oggi tutti i vicini lavorano con uve a bacca nera. Nonostante questo – in tema di cambiamento climatico – negli ultimi 8 anni, la raccolta è stata anticipata a fine agosto e, quindi ci si chiede: a cosa si arriverà in futuro, ad esempio, con il Pinot Nero? Non è l’altezza a tutti costi, seppur ci fosse la possibilità, a poter risolvere il problema climatico, è molto più complesso di così: ciascuna varietà ha un’esigenza diversa, forse per lo Schiava – per ora – è più semplice perché più tardivo.

hartmann donà – terreni

Ma procediamo con ordine senza soffermarmi troppo sulle note di degustazione che suonerebbe riduttivo per un produttore apprezzato trasversalmente pur operando senza clamori.
Inizialmente continua a fare consulenze in giro per l’Italia in modo da accumulare ulteriore esperienza e allargare gli orizzonti prima di sviluppare quella idea produttiva che aveva in mente. Da quando è libero si sente ancora più ispirato, ammette, e si vede direi. Oggi lavora con circa 14 viticoltori di diverse zone del sud-Tirolo.

In sintesi tre linee: i più freschi, le riserve (Donà Rouge/Noir/Blanc) e Liquid Stone per esaltare l’amata Schiava. Il Donà Noir (Pinot Noir) e il Donà Rouge (Schiava Riserva, di cui degusto il 2018 con stratificazioni di erbe rinfrescanti, fiori e sottobosco per un sorso rotondo e lungo) affiancano il bianco, così come la bolla di Schiava (in bianco, Brut, che oggi arriva dai grappoli delle vigne vecchie con maturazione meno uniforme e/o per diradare: eccellente per quanto appagante e fine al contempo); e poi la linea “Pietra Liquida”.
Qui che ho bevuto uno dei migliori Sauvignon Blanc italiani, non a caso ci crede più del Riesling perché a queste condizioni – specialmente climatiche – offre migliori equilibri: il verde, il pompelmo, il lime con una progressione che si sviluppa al palato in senso circolare fino al retro gusto senza soluzione di continuità, un po’ come in certe zone della Francia: un vino che non si allarga troppo per non deludere al palato.

Lui stesso è consapevole della dispersione che la produzione alto atesina comporta in termini di comunicazione ma territorio e tradizione portano a questo numero elevato di vitigni e tanta diversificazione quantomeno per i bianchi; sui rossi concordiamo che si potrebbe fare una riflessione in più.

hartmann donà – liquid stone – terreni in etichetta

La linea “Liquid Stone” dedicata alla Schiava, di cui sopra, esprime superbamente il territorio di provenienza delle uve.
La valorizzazione della Schiava nelle sue tante forme è anche un modo per remunerare i vignaioli e invogliare a non espiantare. Ritiene che il segreto per la Schiava sia di non irrigare quindi contano molto le radici e i suoli per andare in profondità contando sulla memoria della vigna in grado di reagire alle stagioni di anno in anno. D’altra parte, specialmente lo Schiava, si diluirebbe subito con l’apporto d’acqua in vigna. Il Donà Rouge fa 3 settimane sulle bucce (mentre la linea Liquid Stone solo 2) e il legno è ancora usato ma meno di quello usato per Liquid Stone.

Ed eccoli: “Phyllit” 2022 è una Schiava, verso la Val Venosta a 650m con vigna vecchia su ardesia, è essenziale e coerente, un’esperienza di degustazione diversa da molte altre. Mentre il “Vulkanit” 2022 esprime la struttura del terreno vulcanico: una Schiava fatta di frutto più pieno e torrefazione con tannino più presente.  E poi il “Granit” 2021, a 500m in Val d’Ultimo profuma di roccia bagnata e fiore appassito che annunciano un’età leggermente più evoluta, con tannino avvolgente e integrato grazie al granito, appunto. Il biotipo di Schiava utilizzato è quello noto come “Schiava Grossa” diverso dal più comune Schiava Gentile (MitterVernatsch).
Se leggiamo “Mitter” in etichetta, l’obiettivo è imbottigliare separatamente questo pregiato clone (Mittervernatsch): matura prima e non è adatto alle riserve quindi lo lavora per il 30% a grappolo intero per esaltarne il frutto accattivante, da degustare anche fresco in estate per quanto goloso e dinamico.

Una chicca è il Donà Willy 2013 (sempre Schiava) che sono davvero grata di aver provato: prima e unica edizione perché il 13 è stata un’annata molto particolare; autunno freddo ma soleggiato per un tannino più rustico allora sceglie di lavoraci più a lungo: 6 mesi in più in botte e poi in bottiglia finché non lo avesse ritenuto pronto. Accade solo quest’anno e lo dedica al padre da cui ha imparato le basi. La complessità è inutile raccontarla: note casearie si fanno spazio tra anice, pepe e frutti neri oltre che spezie natalizie; incredibile la scorrevolezza di bocca. Mai più un’annata così, confessa, forse la 2023? Staremo a vedere…

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